La Romerìa di El Rocìo, molto più di un semplice pellegrinaggio

Esiste un posto nella parte meridionale della Spagna in cui la tradizione religiosa incontra la bellezza dei paesaggi offerti dalla natura per dar vita ad una delle feste più particolari e sentite non solo dagli spagnoli ma da molti turisti che accorrono da tutte le parti del mondo per assistere allo spettacolo offerto dalla cosiddetta “Romerìa di El Rocìo”.

El Rocìo è una piccola località nella provincia di Huelva, in Andalusia. Questo tranquillo borgo di 1.635 abitanti, immerso nel Parco Nazionale di Doñana, ogni anno in occasione della Domenica di Pentecoste diventa un luogo di pellegrinaggio nella quale si riuniscono fino ad un milione di devoti.

La leggenda racconta che un giovane pastore trovò sotto una quercia nel bosco di La Racina una statuetta della Madonna. La prese con sé e si incamminò verso Almonte, ma durante il viaggio la statua sparì. Dopo averla cercata a lungo la trovò nel luogo dove l’aveva scoperta la prima volta. La notizia di questo strano episodio si diffuse tra la gente che da allora cominciò a venerarla come la regina dei boschi e la Signora di Andalusia. Da tutta la regione accorrevano credenti in pellegrinaggio al santuario di Almonte per pregare la statuetta. Erano tantissimi e disorganizzati; così nacque tra i pellegrini l’idea di creare dei gruppi o confraternite (“Hermandades”), che preparassero in ogni dettaglio la romería, il pellegrinaggio. Con gli anni le confraternite si sono diffuse in tutta l’Andalusia e poi in tutta la Spagna e persino all’estero.

Tutt’oggi la tradizione è più viva che mai. Sotto il sole di maggio i romeros (i pellegrini) partono da diverse parti della regione in compagnia di parenti e amici e con abbondanti scorte di cibo e di vino, percorrendo strade lunghe e faticose. Il percorso verso El Rocìo infatti dura cinque giorni ed è tradizionalmente effettuato a cavallo, su un carro o a piedi, indossando l’abito flamenco tipico.
Le donne vestono con gonne a pois e i capelli raccolti mentre gli uomini indossano sombreros, pantaloni di cuoio e camicie bianche su corte giacche nere.

Durante il giorno le confraternite, un centinaio, avanzano allegramente intonando canti popolari, mentre la sera si accampano all’aperto intorno a un falò organizzando divertenti feste per cantare, ballare, mangiare e bere fino alle prime luci dell’alba.

Sono quattro gli itinerari principali per giungere al santuario: il cammino di Sanlúcar, che attraversa il Parco Nazionale di Doñana ed è percorso da coloro che provengono da Cadice; il cammino di Llanos, che proviene da Almonte ed è il più antico; il cammino di Moguer, percorso da coloro che provengono da Huelva; il cammino sivigliano, seguito generalmente dalle confraternite che provengono dal resto della Spagna o da altre parti del mondo.

Si tratta di un fiume interminabile di persone, uomini e donne di ogni età e di ogni estrazione sociale: contadini, nobili, artisti, intellettuali, semplici curiosi, tutti andalusi, di nascita o di adozione, che si riuniscono davanti alla chiesa del minuscolo villaggio di montagna di El Rocìo, per venerare la Paloma Blanca, Vergine e signora di Andalusia.

Arrivati finalmente a El Rocìo la domenica si celebrano le funzioni religiose e di notte i partecipanti vegliano in attesa del momento più emozionante: il “salto de la verja”, quando la gente di Almonte salta il cancello che cinge l’altare per portare la Vergine Maria fuori dall’eremo e condurla in spalla attraverso la città il lunedì mattina.

La folla si muove frenetica seguendo la Santa al grido di guapa, guapa (“bella, bella”). Una messa solenne, la “misa de los romeros”, conclude ufficialmente la processione ed è allora che la gente di El Rocío si abbandona fino a tarda notte a danze sfrenate, dalle sevillanas ai balli flamenchi, esibendosi anche in canti popolari che inneggiano alla Vergine.

Dei pirotecnici fuochi d’artificio chiudono definitivamente la Romerìa di El Rocìo mentre le confraternite intraprendono il cammino di ritorno pensando già al pellegrinaggio dell’anno successivo.

Che siate religiosi o meno si tratta di uno spettacolo a cui vale la pena assistere e partecipare. Un inno alle tradizioni più antiche in cui è possibile toccare con mano l’orgoglio degli andalusi di appartenere alla loro terra, una terra in cui il credo religioso si esprime nei canti e nelle danze flamenche e gitane.

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